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Località: Roma, Italy

Abito a Roma, lavoro troppo ma dico sempre che è meglio così; sono molto contento della mia vita e profondamente schifato da molto di ciò che vedo intorno a me.

martedì, dicembre 13, 2005

Un'ora di ordinaria follia

Me ne ero dimenticato.

Normalmente uso il motorino. Sopporto caldo e freddo, pioggia, traffico, rischio perenne, ma arrivo in tempi umani, e questo mi ripaga di tutto. Ma ieri il motorino si è rotto...
Non prendevo l'autobus da quasi un anno.

Non aspetto a lungo, ma salire è particolarmante faticoso. "Vado avanti a gomitate tra la gente che si affolla". Sono le 8.00.

Nella mano destra ho la borsa con il portatile, un po' di documenti e un po' di libri, per un perso totale di dieci chili. Alla mano sinistra, l'ombrello (ovviamente piove a dirotto)

I primi duecento metri sono un dramma.

Sono totalmente bloccato. Non riesco a posare la borsa, nè a posare l'ombrello. L'anziana signora vicino a me mi guarda storto e fa "Insomma, con quest'ombrello mi sta bagnando i pantaloni". Chiedo scusa signora, e mi rimangio silenziosamente il luogo dove penserei di mettere l'ombrello, risolvendo due problemi...
L'autobus è praticamente fermo: sono passati quasi dieci minuti e siamo ancora lì. I viglili sono rifugiati nel baracchino.
La borsa pesa.
Avrei voglia di sbottonarmi la giacca, ma non so da dove cominciare.
L'autista, simpatico, comincia ad imprecare contro i motorini, contro i pedoni, contro le macchine che passano col rosso.
I vetri sono completamente appannati, ma una cosa è certa: siamo ancora fermi.
Ho caldo, paurosamente caldo. Ho la giacca abbottonata e non riesco a muovermi. Sono passati 20 minuti, e finalmente arriviamo alla fermata successiva. Il braccio mi fa male. Sono sudato.
La gente cerca di entrare, ma è davvero impossibile. C'è un po' di movimento. Prendo il coraggio a quattro mani, e con la massima rapidità possibile, ignorando le occhiatacce poso a terra la borsa e mi sbottono la giacca. Recupero la borsa e riesco anche a cambiare braccio. Ah, va molto meglio.
Intanto l'autista impreca contro i potenziali passeggeri che non riescono a entrare. "Ma 'ndo annate, nun vedete che nun ze entra? AHO! DOVETE SCENNE! COSI' LE PORTE NUN ZE CHIUDENO!!"
Alla fine le porte se chiudeno.
Fortunatamente c'è la preferenziale: lenti, ma si scorre. Altre fermate, stesse scene.
La persona alla mia destra è particolarmente impegnata col suo naso.
E io immagino di stare in montagna, a sciare su una pista completamente vuota, immerso nello spazio, nel bianco, nel verde, nel silenzio.
L'autobus riparte.

Alla fine, dopo quasi un'ora, scendo.

Il sollievo è tale che il mio "aaaaaahhhhhh" attira gli sguardi incuriositi dei passanti.

Mi incammino verso l'ufficio, e spero che domani, al posto di quest'agonia, potrò godermi i miei venti minuti di motorino al freddo, sotto la pioggia e nello smog.

E poi mi chiedo: questa lotta tutti i giorni, ripetuta per anni, può lasciare una persona sana di mente?